🗓️ 2026: E' qui che il mercato smette di perdonare.
Benvenuti nel 2026: un anno in cui ‘andare bene’ non basta più. Se il mercato ha già prezzato la perfezione, basta un dettaglio fuori posto perché la punizione sia immediata.
Caro Fuoriclasse,
ci sono fasi di mercato in cui puoi permetterti di essere imperfetto.
Puoi comprare con un po’ di ritardo, inseguire un titolo che “sembra non poter scendere”, ignorare un dettaglio nella guidance, rimandare una verifica sui fondamentali. E, spesso, non succede nulla. Il mercato assorbe gli errori, li diluisce, li maschera. E poi ci sono fasi come questa. Non necessariamente drammatiche, non necessariamente violente. Ma selettive.
Fasi in cui non serve che le cose vadano male per perdere denaro. Basta che vadano solo leggermente meno bene di quanto era già stato scontato. È qui che il mercato smette di perdonare.
Ci capita sempre più spesso, commentando ed analizzando tra di noi vari titoli azionari, di dire una frase che suona quasi provocatoria: “Se questo titolo dovesse scendere del 50%, non succederebbe nulla di particolare: tornerebbe solo su valutazioni più normali”.
È una frase forte, e infatti viene quasi sempre fraintesa.
Quello che intendiamo non è che perdere il 50% sia irrilevante.
Intendiamo che la storia aziendale e il prezzo di Borsa sono due cose diverse.
Se un titolo di qualità scende del 50%, molto spesso non succede nulla alla storia. L’azienda è la stessa, il business è lo stesso, la traiettoria degli utili non cambia in modo sostanziale. Quello che cambia è la valutazione. Il titolo scende non perché l’azienda sia diventata peggiore, ma perché il mercato smette di pagare un multiplo eccessivo.
Questo è un concetto difficile da accettare, perché un -50% viene istintivamente associato a un errore grave. In realtà, spesso, l’errore non è l’azienda scelta, ma il prezzo a cui l’hai comprata. Hai pagato una crescita troppo perfetta, aspettative troppo elevate, uno scenario che non lasciava spazio all’errore.
Quando quelle aspettative si normalizzano, il prezzo si adegua. L’azione resta ottima, ma la lezione diventa dolorosa. Non perché la storia si sia rotta, ma perché hai imparato, nel modo più duro possibile, che anche un grande business può essere un pessimo investimento se pagato troppo caro.
Un esempio?
Microsoft è uno dei tantissimi esempi di come prezzo e business possano raccontare due storie completamente diverse.
Dopo il picco della bolla dot-com del 2000, il titolo ha perso oltre il 50% e per più di dieci anni è rimasto fermo. Per chi guardava il grafico, Microsoft sembrava un’azienda finita, incapace di creare valore. Ma nel frattempo il business non si era rotto. Windows e Office continuavano a dominare, i flussi di cassa erano enormi, gli utili salivano e il vantaggio competitivo restava intatto. La macchina funzionava, in modo silenzioso ma estremamente efficiente.
Quello che si era rotto non era la storia aziendale, ma la valutazione. Microsoft era passata dall’essere pagata come un’azienda “perfetta” all’essere pagata come un’azienda “normale” (con il multiplo PE passato da 60 a 25)
Chi guardava il prezzo vedeva un fallimento. Chi guardava il business vedeva una macchina da generazione di cassa che continuava a lavorare.
La lezione è semplice e scomoda allo stesso tempo: un grande business può smettere di essere un grande investimento per anni, senza che l’azienda abbia fatto nulla di sbagliato. Era stata semplicemente pagata troppo cara all’inizio.
Quello che poi ha fatto Microsoft dal 2014 ad oggi lo conosciamo tutti, con il prezzo passato da circa 45 dollari agli oltre 465 dollari attuali (un “ten bugger” come lo definirebbe il grande Peter Lynch).
Il punto importante è capire che oggi non stiamo parlando di volatilità sui mercati, ma stiamo parlando proprio del prezzo dell’errore. Questa settimana il messaggio implicito dei mercati è stato chiaro: possono convivere con instabilità geopolitica, rumore politico, tensioni sulle catene di approvvigionamento e perfino con un’inflazione che fatica a rientrare. Finché crescita e utili reggono, il mercato tende a guardare oltre.
Ed è proprio questo il punto pericoloso.
Quando l’economia è resiliente, i consumi tengono, il mercato del lavoro non crolla e gli utili non fanno paura, si crea una forma sottile di compiacenza. Non una compiacenza ingenua, ma sofisticata. Quella che nasce quando tutto sembra ragionevole, coerente, sotto controllo.
Qui entra in gioco una delle trappole mentali più studiate dalla finanza comportamentale. Daniel Kahneman e Amos Tversky hanno mostrato quanto il nostro cervello preferisca la coerenza alla verità. Quando una narrativa funziona – “economia resiliente”, “utili solidi”, “nessun cambio di regime” – tendiamo naturalmente a proiettarla in avanti. Non perché siamo superficiali, ma perché siamo umani.
È lo stesso meccanismo per cui, dopo un ciclo di crescita degli utili particolarmente forte, diventa intuitivo credere che quella crescita sia una nuova normalità. Eppure la storia dei mercati è fatta di cicli che maturano, rallentano, si normalizzano. Nel podcast di questa settimana “Non è il momento di sbagliare: il mercato è selettivo” abbiamo messo sul tavolo un dato cruciale: la crescita degli utili degli ultimi anni è stata eccezionale, ma le stime prospettiche indicano una normalizzazione del tasso composto nei prossimi anni. (ascolta il podcast al link qui sotto)
Questo non è un segnale negativo. È un segnale ciclico, ma psicologicamente è scomodo, perché ci costringe a cambiare la domanda.
La domanda giusta oggi non è “andrà bene?”.
La domanda giusta è: quanto di “andrà bene” è già nel prezzo?
Quando le valutazioni sono tese, quando le aspettative sono elevate, quando gli utili sono già una storia che tutti conoscono, il problema non è la recessione. Il problema è la sorpresa. E spesso la sorpresa non è cattiva. È semplicemente non abbastanza buona.
In queste fasi il mercato diventa più selettivo e più severo. Non perché sia diventato pessimista, ma perché ha meno margine di errore da concedere. Ed è qui che nasce una delle esperienze più frustranti per l’investitore di lungo periodo.
Il 2026 potrebbe essere un anno “facile” dal punto di vista macro. Mercati che non crollano, economia che non implode, utili che tengono. Eppure potresti ritrovarti a guardare posizioni che non funzionano più come prima. La sensazione è sempre la stessa: “ma com’è possibile, i dati sono solidi”.
È possibile perché il mercato non ti paga per avere ragione sulla direzione dell’economia. Ti paga per capire lo scarto tra realtà e aspettative.
Qui non stiamo parlando di notizie. Stiamo parlando del fatto che, in un contesto di aspettative elevate, anche piccole crepe diventano un segnale.
Ed è proprio in questi momenti che entra in gioco la dimensione emotiva più insidiosa. Hai una tesi. Il prezzo smette di comportarsi come ti aspetti. Non c’è un evento enorme, non c’è una crisi, non c’è un crollo.
Eppure inizi a pensare: “e se avessi sbagliato?”.
Quella sensazione non nasce dai fondamentali. Nasce dal fatto che stai vivendo la transizione da un mercato indulgente a un mercato selettivo. Ed è qui che si attiva l’Action Bias: la tentazione di fare qualcosa per riprendere controllo. Il paradosso è che, spesso, in queste fasi “fare qualcosa” è esattamente ciò che il mercato ti spinge a fare… e ciò che distrugge valore.
Quando il prezzo dell’errore sale, la disciplina non è un vezzo. È un requisito. E la disciplina non significa stare fermi sempre. Significa sapere quando stare fermi e, soprattutto, perché.
La lezione di oggi è questa: i mercati diventano fragili non quando le cose vanno male, ma quando tutti pensano che andranno bene. In queste fasi l’obiettivo non è prevedere il prossimo dato macro. È evitare gli errori classici: confondere delusione del mercato con deterioramento del business, inseguire ciò che ha già scontato perfezione, perdere il controllo del processo decisionale.
Il 2026 potrebbe non essere un anno “difficile”. Ma sarà un anno che metterà alla prova la qualità del tuo processo. E se ti è capitato di sentirti spiazzato in mercati che sembravano ragionevoli, sappi questo: non sei tu che non capisci. È il mercato che ha cambiato regola. Senza avvisare.





