🕵🏻 La differenza tra ciò che fa rumore e ciò che fa rendimento.
Se guardiamo alla storia dei mercati con un minimo di onestà intellettuale, scopriamo che alcuni dei migliori rendimenti di lungo periodo non sono arrivati dai titoli più raccontati.
Caro Fuoriclasse,
c’è un esperimento mentale che possiamo fare insieme. È molto semplice.
Prova, per un attimo, a nominare a memoria i titoli che secondo te hanno rappresentato la leadership dell’ultimo decennio. Di solito emergono sempre gli stessi nomi: tecnologia, titoli growth, intelligenza artificiale, tutto ciò che ha avuto una narrativa forte, riconoscibile, facile da raccontare (momentum).
Poi c’è la parte più scomoda dell’esperimento, chiedersi quali titoli “noiosi” abbiano composto rendimento nello stesso periodo, senza finire sui social e senza una narrativa eroica. Spesso scopri che hanno fatto meglio di quelli di cui tutti parlano.
E a quel punto, quasi sempre, cala il silenzio.
Ed è qui che vale la pena fare un passo indietro. Perché se guardiamo alla storia dei mercati con un minimo di onestà intellettuale, scopriamo che alcuni dei migliori rendimenti di lungo periodo non sono arrivati dai titoli più raccontati.
Il titolo Altria, parliamo di sigarette, è uno degli esempi più controintuitivi: per decenni è stato tra i titoli con il miglior rendimento totale, grazie a cash flow stabili, forte pricing power e una straordinaria disciplina sul capitale. Non è un’opinione né una provocazione. È un dato che emerge chiaramente dagli studi di Jeremy Siegel, professore alla Wharton School, nel suo libro Stocks for the Long Run, dove mostra come, su orizzonti di molti decenni, società apparentemente “noiose” abbiano spesso battuto il mercato proprio grazie alla capacità di comporre valore nel tempo, soprattutto attraverso dividendi reinvestiti.
Altria non era una storia affascinante, non incarnava il futuro, non dominava le conversazioni. Eppure ha fatto esattamente ciò che conta davvero per un investitore di lungo periodo: ha trasformato flussi di cassa prevedibili in rendimento composto.
Come si può vedere dal grafico parliamo di un rendimento del 17.8% all`anno dal 1980, con una stabilità incredibile.
Chi lo avrebbe mai detto? Parliamo di una decisa sovraperformance anche rispetto al Nasdaq che nello stesso orizzonte temporale è cresciuto (solo) ad un tasso del 11.3% all`anno.
Lo sapevi, oppure è calato il silenzio?
Ecco perché il segnale più interessante di queste settimane non è che un settore corregga o che un altro salga. Il segnale è che, mentre l’attenzione collettiva resta incollata ai soliti protagonisti, il mercato comincia a spostare premi e multipli verso aziende che non “vincono il racconto”, ma vincono la partita più difficile: quella di trasformare innovazione in efficienza, efficienza in margini, margini in ritorni sul capitale.
Ed è qui il punto chiave: l’intelligenza artificiale non è un vantaggio esclusivo delle Magnifiche Sette, e ne abbiamo parlato anche nel nostro podcast settimanale.
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La settimana conclusa il 9 febbraio 2026 ha segnato un cambio di tono nei mercati finanziari. Non si è trattato di un sell-off dettato dal panico o da un deterioramento improvviso dei fondamentali, ma di una correzione più selettiva, legata alla fragilità tipica delle fasi in cui le aspettative diventano eccessivamente elevate 📈. La volatilità osservat…
L’AI può diventare un moltiplicatore di produttività ed efficienza per gli altri 493 titoli dell’S&P 500, spesso con un impatto più diretto sui margini e sul ritorno sul capitale.
Quando un titolo come Walmart, come vediamo dal grafico sottostante che ci mostra la capitalizzazione totale del titolo, entra nel “trillion dollar club”, ovvero supera il trilione di dollari di capitalizzazione, l’errore più comune è trattarlo come una curiosità statistica.
Non è un invito a comprare Walmart ai massimi a 45 volte gli utili. È piuttosto un segnale molto chiaro di come la leadership di mercato stia cambiando natura e un promemoria brutale di come funziona la nostra psicologia da investitori: noi confondiamo ciò che è memorabile con ciò che è profittevole.
Questo è un bias ben documentato. Barber e Odean, in una serie di lavori sull’attenzione degli investitori, mostrano che tendiamo a comprare ciò che cattura l’occhio — ciò che fa notizia, ciò che è in forte movimento, ciò di cui parlano tutti — non necessariamente ciò che ha il miglior profilo rischio/rendimento. È una scorciatoia mentale: l’attenzione diventa un criterio di selezione. E quando il mercato è stato a lungo concentrato su poche narrative dominanti, quella scorciatoia diventa un’abitudine.
Il punto non è “Big Tech sì o Big Tech no”. Il punto è più scomodo: quando un’intera generazione di investitori è stata premiata per aver seguito ciò che era più visibile, diventa difficile riconoscere che il mercato può iniziare a pagare qualcos’altro. Non perché “il futuro finisce”, ma perché cambiano le condizioni sotto cui quel futuro viene scontato.
Per molto tempo il mercato ha premiato quasi automaticamente chi investiva di più. Grandi piani di spesa venivano letti come ambizione, visione, capacità di anticipare il futuro. In un contesto di capitale abbondante e costo del denaro trascurabile, questa scorciatoia ha funzionato più a lungo di quanto fosse ragionevole.
Ma nei mercati esiste una linea di demarcazione che separa un ciclo dall’altro: crescere non è difficile, crescere bene sì. La crescita “fatta bene” è quella che genera ritorni superiori al costo del capitale. E quando il costo del capitale torna a contare davvero, non in teoria ma nel modo in cui i flussi di cassa vengono prezzati, la dimensione degli investimenti smette di essere una virtù automatica. Diventa una domanda:
Quanto valore viene creato per ogni euro reinvestito?
Il mercato ha smesso di premiare l’espansione fine a sé stessa e ha iniziato a selezionare chi dimostrava disciplina, visibilità e capacità di trasformare la crescita in ritorni concreti.
È per questo che l’emergere di una leadership più difensiva non va letto come una regressione. Va letto come una selezione naturale. Un mercato più esigente non rifiuta l’innovazione, ma rifiuta di pagarla a qualunque prezzo e di concedere credito illimitato a qualsiasi piano di spesa.
In questo senso, Walmart è un caso emblematico. Non perché abbia rinunciato alla tecnologia, ma perché l’ha utilizzata per rendere più efficiente un business già solido. Innovazione come strumento, non come promessa. Ed è esattamente questo tipo di approccio che il mercato tende a premiare quando passa dall’innamoramento per il futuro alla misurazione dei ritorni.
La conseguenza pratica, per chi investe, non è inseguire nuovi vincitori o replicare meccanicamente le rotazioni in corso. È interrogarsi su dove stiamo pagando una narrativa e dove stiamo pagando un ritorno, su dove l’investimento è scala e dove è valore, su quanto del futuro è già incorporato nei prezzi.
Perché ogni ciclo, prima o poi, si resetta. E il reset non avviene quando la realtà cambia, ma quando cambiano le aspettative… e il modo in cui il mercato decide cosa vale davvero la pena pagare.







